Hashish: la leggenda degli Hachachin

Questo approfondimento storico serve a fare chiarezza sulla leggenda degli Hachachin, ripresa nei vari secoli e ormai riportata in quasi tutti i libri e siti internet riguardanti la Canapa, a volte anche discordanti o con varie lacune, per questo ci è sembrato giusto proporre il testo scritto da Marco Polo, che ci ha fornito la più importante testimonianza. Inoltre abbiamo preso in considerazione molti personaggi che hanno studiato e ci hanno tramandato questa “leggenda”.

Introduzione

La Canapa era chiamata dagli Arabi Hashisch o Hashish, che significa “erba”, e fu proprio la parola hascisch a dare il nome alla setta musulmana degli Hachchachin. Notevoli sono i rimandi letterari a questa setta, narrata da Marco Polo, e ripreso da vari studiosi e letterati come: Silvestre de Sacy, Lewin ecc.
Silvestre de Sacy orientalista vissuto nei primi del ‘800, riprendendo gli scritti di Marco Polo relativi al “Vecchio della Montagna”, dimosta come dal termine haschischis (coloro che facevano uso di haschisch), sarebbe derivato la nostra parola: assassino.

hashashin“Desideroso di annientare il potere del califfato di Bagdad, un giovane persiano originario di Tus che si dichiarava discendente dai re Himyariti dell’Arabia meridionale, fondò verso la metà del secolo XI la setta degli Assassini, detta dai suoi membri “nuova propaganda”. Si chiamava al-Hasan ibn-al-sabbah.
Nel 1090 si impadronì della fortezza di Alamut, a nord-ovest di Qazwin, situata in posizione strategica sulla catena montuosa dell’Alburz a 3500 metri d’altezza. Alamut, il cui significato è probabilmente “nido d’acquila”, dominava una difficile ma breve strada tra le rive del mar Caspio e gli altopiani persiani: il suo possesso costituì il primo fatto storico per la setta degli assasini, dotandola di una roccaforte di primaria importanza (1). Dalla fortezza di Alamut, i discepoli potevano assaltare le carovane di passaggio dirette alla Mecca ed attaccare altre fortezze.

“Pur basandosi sulla tradizione islamita Hasan sviluppò una forma di agnosticismo che tendeva ad emancipare gli iniziati, convincendoli dell’inutilità dei profeti , incoraggiandoli ad osare tutto esponendosi alla morte senza esitare per raggiungere prima le porte del paradiso. L’organizzazione si divideva in quattro ordini gerarchici sotto il Gran Maestro stavano i Priori, incaricati del comando di una regione. Agli ordini dei priori erano i Propagandisti; all’ultimo posto si trovavano i Fida’is o Malahida che eseguivano qualsiasi ordine venisse loro impartito, portando l’asssasinio a livello di vera e propria arte.

“Nel XII secolo, ma l’abate Arnoldo di Lubecca riferiva che Hassan stregava i suoi “sacrificati” per mezzo di una droga, la canapa (2): Essa provoca l’entusiasmo, l’estasi, l’uscita dai sensi, l’ebbrezza. Venivano quindi dei maghi, e ai dormienti mostravano cose fantastiche, dilettevoli; veniva dato loro un pugnale e veniva promesso che tutte le gioie godute sarebbero divenute eterne se avessero eseguito ciò che sarebbe stato loro ordinato.”(3)

Inoltre Villiers de l’Isle-Adam s’ispirerà ancora a questa leggenda per l’abbozzo di una sua opera teatrale intitolata per l’appunto Le Vieux de la montagne, in cui leggiamo la seguente dichiarazione: “Re dell’haschisch diverrà colui che sarà stato rivestito della sua armatura e del suo ruolo da Hassan, quando la morte, dopo il dono dell’erba sacra, sarà sopraggiunta”. (4)

Testo tratto dal Milione

Un contributo essenziale per l’approfondimentodi questa setta ci viene fornito da “Il Milione”, scritto da Marco Polo:
“Del Veglio della montagna, e come fece il paradiso e gli assassini”.

“Milice (Mulechet) è una contrada dove il veglio della Montagna soleva dimorare anticamente. Or vi conteremo l’affare, secondo come messer Marco intese da più uomini. Lo Veglio è chiamato in lor lingua Aloodyn (Alaodin). Egli aveva fatto fare tra due montagne in una valle lo più bello giardino e ‘l più grande del mondo; quivi avea tutti i frutti e li più belli palagi del mondo tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti: per tale veniva acqua, e per tale mele e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò il fece, perchè Malcometto disse che chi andasse in paradiso avrebbe belle femmine tante quante volesse, e quivi troverebbe fiumi di late e di mèle e di vino; e perciò lo fece simile a quello che avea detto Malcometto. E gli saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo giardino non entrava se no’ colui cui egli voleva fare assessino. All’entrata del giardino avea un castello sì forte, che non temeva niun omo al mondo. Lo veglio teneva in sua corte tutti giovani di dodici anni, li quali li paressono da diventare prodi uomeni. Quando lo Veglio ne faceva mettere nel giardino, a quattro, a dieci, a venti, egli faceva loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì; e facevatli portare nel giardino e al tempo gli faceva isvegliare. Quando gli giovani si svegliano, egli si trovavano là entro e vedevano tutte queste cose , veramente si credevano fossero in paradiso.. E queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi; donde avevano sì quello che volevano, che mai per lo volere non si sarebbero partiti di quello giardino. Il veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quegli di quella montagna che così sia com’io v’ho detto. E quando egli ne vuole mandar niuno di quelli giovani in niuno luogo, li fa loro dare il beveraggio che dormono, e fargli recare fuori dal giardino in su suo palagio. Quando coloro si svegliano , trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono molto tristi che si trouvano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinnanzi al Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiandosi. Egli si domanda: -Onde venite? – Rispondono :- Del Paradiso, – e contagli quello che v’hanno veduto entro, e hanno gran voglia di trovarvi. E quando il Veglio vuole far uccidere alcuna persona, egli fa tòrre quello lo quale sia più vigoroso e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso. Se campano, ritornano al loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice: – Và, fà tal cosa; e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al paradiso-. E gli assasini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa maniera non campa neuno uomo dinnanzi al Veglio della Montagna, a cui egli lo vuole fare; e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella paura. Egli è vero che negli anni 1262, Alau, signore dei Tarteri del Levante , che sapeva tutte queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere e mandò dè suoi baroni a questo giardino. E istettovi tre anni attorno al castello prima che l’avessono; nè mai non lo avrebbono avuto, se nò per fame. Allotta per fame fu preso, e fu morto lo Veglio e la sua gente tutta; e d’allora in qua non vi fu più Veglio e la sua gente tutta; e d’allora in qua non vi fu più Veglio niuno: in lui fu finita tutta la signoria” (5)

(1) Cfr. Philip K. Hitti: History of the Arabs, 1937
(2) cfr. Arnoldi Abbatis Lubecensis: Chronica Slavorum
(3) Leonzio
(4) Villiers de l’Isle-Adam , Paris 1986
(5) Marco Polo, Il Milione

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